venerdì 18 giugno 2010

Cecità

Oggi è morto Josè Saramago.
Cecità è uno dei libri più belli che abbia letto.
E la parola cecità è quello che mi viene in mente quando mi guardo intorno.

Un incubo.

mercoledì 14 aprile 2010

PARACULI

Articolo tratto da Repubblica di oggi

La confusione della Chiesa - di Francesco Merlo

È un disagio più che un errore, non è un'analisi più o meno grossolana ma una reazione scomposta, è un danno che la Chiesa non fa agli omosessuali ma a se stessa.

Il cardinale Tarcisio Bertone, che è un uomo di solito prudente ed è, nientemeno, il numero due dello Stato Vaticano, per difendere il celibato ha abusato dell'omosessualità: "Molti sociologi, molti psichiatri hanno dimostrato che non c'è relazione tra celibato e pedofilia - ha detto in Cile - e invece molti altri hanno dimostrato, me lo hanno detto recentemente, che c'è una relazione tra omosessualità e pedofilia".
Sulla natura e le origini della pulsione pedofila sono state scritte molte cose, ma che ci sia un rapporto statistico-scientifico tra omosessualità e pedofilia è sicuramente una bugia. Detta da un teologo la bugia è ancora più grave. Il cardinale Bertone ha infatti un rapporto altissimo con il candore e con l'amore, un'abitudine filosofica con la profondità, è un uomo di Dio. Perciò davvero ci sorprende che sia entrato a piedi uniti su una questione così delicata e complessa. E ci pare, alla fine, che le sue parole non debbano essere lette come un manifesto teocratico dell'intolleranza a uso e consumo degli omofobi, ma come una drammatica confessione di debolezza, dello stato confusionale in cui si trova la Chiesa cattolica in questo momento.

Tutti sappiamo che la pedofilia è sesso con bambini o bambine, è uno dei tanti misteri della psiche e della storia dell'umanità, la conosciamo dai tempi dell'antica e tollerante Grecia. Per noi è perversione, è depravazione, è violenza perché il pedofilo rende disponibile a sé un corpo che non è ancora animato autonomamente, non è maturo per le scelte sessuali, non è responsabile. Alla bimba o al bimbo viene infatti imposto un rapporto fisico in maniera subdola da qualcuno che è più grande, è autorevole, gode della sua fiducia, esercita una forte influenza spirituale.
Ecco, a noi pare molto strano che un uomo di Chiesa non si renda conto di quanto sia oltraggioso imputare di reato l'omosessualità, associarla alla pedofilia. Noi non abbiamo la presunzione di sapere che cos'è l'omosessuale né qual è la maniera meglio accettata da Dio di definire o di praticare la sessualità in genere. Ma tutti, anche Bertone e il clero di Roma, sanno che la pedofilia è un reato, un feroce abuso e invece l'omosessualità - sia una scelta o sia imposta dalla natura - è comunque legittima tanto quanto l'eterosessualità. Hanno gli stessi titoli. A nessun cardinale è venuto in mente di giustificare o soltanto di associare con argomenti scientifici lo stupro con l'eterosessualità: ci sono eterosessuali stupratori e ci sono eterosessuali pedofili, maschi e femmine, come ci sono ladri calvi e ladri capelloni. Non è il capello che fa l'uomo ladro, illustre cardinale.

E però è così facile replicare al cardinale Bertone che mentre scriviamo stiamo ancora a chiederci che cosa sta succedendo nella nomenklatura della Chiesa di Roma. Noi sappiamo bene che ci sono molti preti all'avanguardia nella battaglia contro la pedofilia e la depravazione violenta. Sarebbe dunque grossolano sostenere che tutti i preti, in quanto celibi, sono pedofili, perché appunto ne vediamo tanti che si danno anima e corpo a difendere i bambini, a proteggere la loro ingenuità, a rilanciare l'immagine evangelica dei pargoli che vanno a Cristo.

Fosse solo dal punto di vista della comunicazione, i pastori di Roma non ne indovinano più una. Sembrano non custodire più il gregge, non proteggere più le pecorelle. Invece di limitarsi a rimediare ai propri difetti e a ripulire la propria comunità dai vizi, rispondendo ovviamente nel merito a chi eccede e a chi attacca per anticlericalismo preconcetto, si arroccano in una difesa aggressiva che è più deleteria degli attacchi subiti. L'idiozia di evocare un complotto sionista perché il New York Times appartiene a un ebreo è una tecnica tipica dei cavernicoli, da Polifemo che accecato dal suo dolore accusava Nessuno, ai falsi protocolli di Sion che imputavano agli ebrei di attentare alla cristianità. Anche la minimizzazione del quotidiano americano, definito "un tabloid", è roba da polemisti di provincia. Da uno dei poteri più antichi, sapienti e collaudati, ci si aspetterebbe un'intelligenza e una spiritualità più attrezzate.

Diciamo la verità: non siamo abituati a una Chiesa che si arrampica sugli specchi, allo smarrimento di una gerarchia ecclesiastica spaventata dagli scheletri negli armadi. Certo Tarcisio Bertone ha il diritto e anche il dovere di difendere la Chiesa e il celibato dei preti, ma offendendo così gli omosessuali tradisce la sua fragilità, espone la sua omofobia, disarma tutti i soldati di Cristo.

giovedì 8 aprile 2010

Forget her - Jeff Buckley



while this town is busy sleeping
all the noise has died away
i walk the streets to stop my weeping
‘cause she'll never change her ways

don't fool yourself
she was heartache from the moment that you met her
my heart feels so still
as i try to find the will to forget her somehow
oh i think i've forgotten her now

her love is a rose pale and dying
dropping her petals and men unknown
all full of wine the world before her
was sober with no place to go

don't fool yourself
she was heartache from the moment that you met her
my heart is frozen still
cause i try to find the will to forget her somehow
she's somewhere out there now

oh my tears are falling down as i try to forget
her love was a joke from the day that we met
all of the words all of the men
all of my pain when i think back to when
remember her hair as it shone in the sun
the smell of the bed when i knew what she'd done
tell yourself over and over you wont ever need her again

But don't fool yourself
she was heartache from the moment that you met her
oh my heart is frozen still
as i try to find the will to forget her somehow
she's out there somewhere now

oh
she was heartache from the day that i first met her
my heart is frozen still
as i try to find the will to forget you somehow
cause i know you're somewhere out there right now

domenica 7 marzo 2010

sempre più in basso, sempre più paura

Dall'articolo di Eugenio Scalfari del 7 marzo 2010 apparso sul sito di Repubblica:


[...] Poiché nel diritto pubblico un precedente produce una variante valida anche per il futuro, questo precedente potrà essere invocato d'ora in poi per condonare qualunque irregolarità procedurale a discrezione del governo. Non bastava il sistema delle ordinanze, immediatamente esecutive e sottratte ad ogni vaglio preventivo di costituzionalità; ad esso si aggiungerà d'ora in poi il decreto interpretativo facendo diventare norma l'aberrante principio che la sostanza prevale sempre sulla forma, come dichiarò pochi giorni fa il presidente del Senato, Schifani, dando espressione impudentemente esplicita ad un principio eversivo della legalità. Esiste nella nostra lingua la parola "sprocedato" per definire una persona scorretta che si comporta in modo contrario ai suoi doveri. La esse è privativa, sprocedato significa appunto "senza procedura".

E bene, stabilire la prevalenza della sostanza sulla forma in materia di procedura non ha altra conseguenza che legittimare l'illegalità permanente nella vita pubblica, o meglio: far coincidere la legalità con il volere del capo dell'esecutivo, cioè stabilire la legittimità dell'assolutismo.

Un decreto interpretativo con potere retroattivo realizza questo gravissimo precedente. Non a caso Berlusconi lo ha preteso facendo balenare ripetutamente la minaccia di sollevare dinanzi alla Corte costituzionale un conflitto di attribuzioni tra il governo e il Capo dello Stato. Gianni Letta è stato il "missus dominicus" di questo vero e proprio ultimatum e - a quanto si sa - l'ha fatto valere con inusitata decisione. Questi gentiluomini del Papa ci stanno dando molte sorprese da qualche giorno in qua sui più vari terreni. Un Letta in armatura e lanciato a passo di carica non l'avevamo ancora visto anche se da tempo sotto il suo guanto appariva sempre più spesso l'artiglio di ferro.

mercoledì 3 marzo 2010

per futili motivi


Finalmente quel giorno arrivò.

Come al solito era in ritardo sulla tabella di marcia. Una breve corsa e poi la frenata: nella porta a vetri vedeva riflessa la sua immagine, accaldata e coi capelli arruffati. Il fiato grosso.

Fece un respiro ed entrò in ascensore, che a quell'ora era sempre vuoto. Si rimise a posto i vestiti con un gesto veloce, passando la mano per tutta la lunghezza dei pantaloni, mentre saliva al sesto piano e il cuore intanto saliva in gola.

L'odore dei corridoi lucidi e la vista delle luci soffuse erano ancora familiari: se li era immaginati centinaia di volte, come se non fosse mai andata via.

Ma l'aria era diversa, non l'aveva riconosciuta. E lei non ci si sentiva avvolta dentro come tanto tempo prima. Era quasi ostile.

E il silenzio, che non era più rotto dalle sue risate improvvise e fragorose o dalla sua voce che si faceva piccolina ma impertinente quando canticchiava durante le ore di lavoro. Era un silenzio pieno e pesante, che riempiva tutto.

Non si sentiva autorizzata a dire nulla: quel posto non era più suo.

La prima, la seconda, la terza porta. Le conosceva tutte, quelle stanze. Sul lato destro e su quello sempre troppo sinistro. E conosceva le facce e le storie che si trovavano all'interno. Era sicura di conoscerle meglio di chiunque altro.

Quando decise di andare via, un anno e mezzo prima, avrebbe voluto fare un collage con quelle facce e quelle storie, raggrupparle cercando di far combaciare dei bordi che mai e poi mai sarebbero stati bene insieme, e poi girare qualcosa che assomigliasse a un documentario, in bianco e nero per cogliere solo l'essenza, e farlo vedere a tutti.

'Ecco, è così che vi vedo io. Anche la persona con cui ho parlato meno, la più antipatica, quella che mi ha considerato meno utile di un tappo di bottiglia, ha contato qualcosa per me.'

Ma, come per tanti altri progetti ambiziosi, non l’aveva portato a termine. Anche perché i suoi mezzi erano limitati, mica come il pensiero.

Solo per far vedere che il suo occhio era sempre attento, e aveva, nemmeno fosse un prete di periferia che conosce tutte le sue pecorelle smarrite, una parola per ognuno di loro.

Tranne l'ultimo, o forse il primo, il più alto di tutti, il più distaccato, con cui lei sperava da tempo di avere un rapporto privilegiato. Ma capitava di non trovare le parole. E allora lo guardava.

A volte le sembrava di non poterne fare a meno.

E quello strano modo che aveva avuto lui, quando lei era andata via, di richiamarla a sé, di farle sapere, in un modo timido ma pieno di calore, che teneva a lei e che, in qualche luogo, sentiva la sua mancanza.

Quel legame era così speciale. Perché unico, irripetibile, tra due esistenze così distanti e diverse fra loro. Perché intimo ma così privo di colpe. Perché condiviso solo fra loro due, perché nessun'altro poi avrebbe capito.

Sarebbe arrivato prima o poi il momento di varcare anche quella soglia, dopo tutti quei mesi. Sentiva il nervosismo solleticarle la schiena, e voleva grattarlo via, eliminare il problema, eludere il pensiero ma non ci riusciva perché in fondo, era semplicemente tutto quello che desiderava.

Varcare quella soglia era la cosa più importante da fare in quella giornata. O forse di quelle ultime settimane, da quando aveva pensato di fargli quella sorpresa.

Tutto il resto, tutte le altre porte con le loro maniglie dorate e i loro stipiti, quella mattina non avevano nessuna funzione. Le porte non dovevano essere aperte o chiuse, le maniglie non dovevano essere afferrate, girate e poi spinte: quella mattina erano lì solamente a spianare la strada che portava in quella stanza.

Avrebbe potuto rischiare di incontrarlo al di fuori dalla sua stanza, ma sperava di aver pianificato tutto in modo perfetto perché non accadesse, e perché la sorpresa si conservasse intatta, facendo attenzione a non tralasciare le cose stupide, che quando non vanno per il verso giusto diventano subito gigantesche.

Arrivare lì, unire i piedi e allineare tutto il corpo nel modo più composto e ordinato che conosceva. Superare le chiacchiere degli altri e le domande già sentite con la risposta data. Scavalcare tutto e tutti con un salto, certa di avere gambe più lunghe degli altri.

E così, scostare i capelli dal viso e raddrizzare la schiena, e col petto in fuori entrare lì dentro, piena di speranze che sperano chissà cosa.

Era certa di trovarlo così, come sperava di averlo visto solo lei. Davanti a quel tavolo dai bordi smussati, lungo i quali le piaceva passare le mani le poche volte che si era seduta di fronte a lui, circondata da quelle tende bianco latte che erano perennemente abbassate, e lei aveva così voglia di avvolgerle e riempiersi gli occhi di tutto quello che c'era intorno.

Ma si ricordò che le veniva voglia di farlo solo quando in quella stanza non c'era lui.

Non era una figura piccola, insignificante, che non riempiva il titolo che gli era stato attribuito. Aveva dignità ed eleganza anche se non lasciava trasparire nessun sentimento, neanche un cedimento di vanità. Anche se a volte per trasformare un'idea in parole le pareva ci mettesse un secolo e lei cominciava a sentire quanto facevano male i tacchi, a stare lì così, in piedi, cercando sempre di tenere la schiena dritta. Passava così tanto tempo che a volte pensava di voler scappare perché si era dimenticata cosa gli avesse chiesto. Poi la risposta alla fine arrivava e la sorprendeva sempre, e si chiedeva perché parlasse così poco uno che aveva cose intelligenti da dire, e tutti gli altri invece stavano sempre a bocca aperta, a dire o urlare qualcosa di inutile.

Stava lì, girato verso la tastiera, con i gomiti sulle ginocchia perché anche quella sedia non era adatta alla sua altezza, chissà se stava comodo. La bocca coperta dalla mano per aiutare la concentrazione. La luce azzurrina dello schermo che rifletteva su quella più blu dei suoi occhi.

Ecco cos'era. Era quella luce che lei voleva guardare dritto quando arrivava la mattina, e scoprire se il colore era diverso da un giorno all'altro. O, semplicemente, guardare. E sorridere.

Non se l'aspettava. Lei non si aspettava la sua reazione e lui non si aspettava lei. Restarono immobili per qualche secondo ma lei non poté fare a meno di lasciar uscire il suo imbarazzo allargando le labbra in un sorriso. Non sapeva fare altro, e per quanto si sentisse stupida, non riusciva ad evitarlo.

Lui, quando aveva sentito bussare, era pronto ad arrabbiarsi, credendo che alla porta ci fosse l'ennesima scocciatura a quella clausura imposta dall'interno, quando è così difficile mescolarsi agli altri, se poi si deve cercare di gestirli.

Si sciolse poco dopo, con un'espressione di sorpresa. Quella doveva essere una mattina come tutte le altre.

venerdì 12 febbraio 2010

Politica italiana

Non sarebbe bello ripartire da zero, cancellare tutto e ricostruire daccapo?
Cominciare a cancellare dalle due estremità, arrivando fino al centro e
lasciare che il grande vuoto inghiotta tutto.

Lasciar riposare il tutto per qualche tempo, contemplando il deserto intorno.

E poi far rinascere qualcosina, che piano piano cresce e diventa grande.
Solo, un pochino meglio.
Perchè un pochino meglio ora basta. Può soddisfare le speranze più ardite.

mercoledì 2 dicembre 2009

Silvio, l'Italia e i finti luoghi comuni


Parliamo di una cosa che mi sta a cuore: la politica. Perchè non se ne può non parlare, non si può non essere informati e dire 'mah sì, tanto non cambia niente'. Non voglio avere a fare con queste persone.
Penso di avere, tra i ragazzi della mia generazione, le idee abbastanza chiare e di essere, anche per l'aria respirata in famiglia - campo di rendita da non so quanto - ben informata.
Cerco di ascoltare un pò tutte le campane sì, anche perchè mi piace sentire cos'hanno da dire dall'altra parte, perlomeno per non farmi trovare impreparata.
A volte giudico le mie idee troppo elementari, manichee nella loro divisione così semplicistica e le tengo per me.
Poi mi capita di leggere uno dei miei giornalisti preferiti, o meglio, che più ammiro per logica e lucidità, e mi consolo: la pensiamo allo stesso modo.
Così ecco, ecco che nel '94, a sedici anni, avevo capito che Berlusconi scendeva in campo per i suoi interessi, e mai e poi mai mi sarei sognata di votarlo. Oggi sento cinquantenni, sessantenni che dicono 'io lo votavo, ma ora non più'. E prima perchè l'avete fatto?
Forse perchè gli italiani non sono brava gente. Sono addormentati, fondamentalmente stupidi e creduloni. Altro che poeti e navigatori. Se hanno la fortuna di essere proclamati santi, si salvano il culo anche stavolta.
E non ci si rende conto di come siamo visti all'estero, poco considerati (si pensi al caso di Mr. Pesc, per dirne una) e di come siamo poco attraenti per chi, dall'estero, vorrebbe investire con noi e su di noi.
Certo, potremmo puntare tutto sulla cultura, il nostro cavallo di battaglia ed ex ciliegina sulla torta ma nemmeno questo ci riesce di fare.
E la colpa non è nemmeno tutta di Delbert Grady (chi non ha visto Shining?) - il caro, pacatissimo poeta Bondi, forse il peggiore ministro della Cultura che la storia ricordi- ma proprio del paese Italia che non utilizza quello che la Storia molto generosamente le ha regalato.
E' un paese corrotto, legato troppo alla cultura dell'automobile, alle veline, alla tivvù, alle tette e ai culi, alle cose firmate, al taglio all'ultima moda, al calcio, a mammà, al cazzo di telefonino.
Ce ne freghiamo della ricerca, non leggiamo, non capiamo una mazza di come ci stanno fregando sotto tutti i punti di vista, di quello che ci propinamo come fosse creme bruleè e invece è semplicemente merda.
Siamo un paese vecchio e ignorante. Ecco cosa siamo. Non c'è bastato un dittatore.
Morto un dittatore, se ne fa un altro.

martedì 24 novembre 2009

pulizie novembrine


Oggi ho fatto pulizia della carta accumulata in qualche anno.
Ho trovato giornali, inserti e riviste comprate qua e là durante i miei viaggi e come dei profumi mi hanno ricordato un sacco di cose. Le immagini e le parole stanno lì ad aspettare di essere guardate e lette e spero di aver fatto loro un favore passandoci le dita e gli occhi sopra.
Comunque, la missione era di fare pulizia e ho buttato almeno quattro quinti della mia collezione. Le cose inutili, che facevano solo massa, le ho impilate in un angolino e poi andrò a buttarle nella raccolta per la carta.
Mi ritrovo a conservare sempre le stesse cose, ho capito qual è la tendenza che ho. Salvo gli articoli di giornalisti che apprezzo e che hanno scritto qualcosa di interessante quel giorno. Salvo foto e racconti di posti che vorrei vedere. Salvo recensioni di libri che vorrei leggere. Interviste a qualcuno che mi piace e mi potrebbe ispirare come un cantante, attore, politico, scrittore ma anche sociologo, economista, scienziato. Ricette, meglio se hanno la foto, se mi fanno venire l'acquolina.
E poi cose d'impulso, come pettinature che mi piacciono, foto di animali o peluche dalla forma insolita, di una casa, di un vestito. Eh sì.

Ho capito che il blog - anche se vorrei trovare un'altra parola, dal suono non spezzato e più delicato - serve a raccogliere ritagli e pagine strappate che da nessun'altra parte troverebbero spazio.
Certo, se il mio fosse un posto per parlare di letteratura, parlerei di letteratura; se di politica, parlerei di politica; se di cucina, parlerei di ricette. Ma poi non finiscono per assomigliarsi tutti?
Non è niente di tutto questo, anche se ha la presunzione di essere qualcosa in più. Ci vuole coraggio. E' ora.

martedì 10 novembre 2009

cose per un compleanno


Le braci di Sandor Marai. La cicatrice che mi ricorderà di esser stata felice.
Donne che corrono coi lupi di Clarissa Ester. Un cofanetto di film di Audrey Hepburn. Menti interessanti con cui incrociare sguardi e cucire minuti e parole. Un fine settimana a Lione. Il coraggio di fare quello che desidero. La volontà di cui spesso difetto e la forza dell'intenzione che cancella la mia pigrizia. Un paio di pattini, anche d'argento. Il profumo del verde lungo le dune di sabbia. Un cappottino color miele. Una bicicletta nuova. Giorni di pioggia e sole. Emozioni nuove e poco cercate.
Cioccolata da non scartare subito. La luce del sole che filtra attraverso le persiane. La forza di continuare a sognare senza staccarsi dal suolo. Una lampada a forma di pinguino.

martedì 29 settembre 2009

Lucy in the sky with diamonds is dead

Picture yourself in a boat on a river,
With tangerine trees and marmalade skies
Somebody calls you, you answer quite slowly,
A girl with kaleidoscope eyes.
Cellophane flowers of yellow and green,
Towering over your head.
Look for the girl with the sun in her eyes,
And she's gone.
Lucy in the sky with diamonds.
Follow her down to a bridge by a fountain
Where rocking horse people eat marshmellow pies,
Everyone smiles as you drift past the flowers,
That grow so incredibly high.
Newspaper taxis appear on the shore,
Waiting to take you away.
Climb in the back with your head in the clouds,
And you're gone.
Lucy in the sky with diamonds,
Picture yourself on a train in a station,
With plasticine porters with looking glass ties,
Suddenly someone is there at the turnstyle,
The girl with the kaleidoscope eyes.

martedì 14 luglio 2009

venerdì 8 maggio 2009

C'è gente che ha avuto mille cose.

Ho sempre pensato che l'unica cosa che mi attraeva delle persone fosse la loro intelligenza.
Quel poco che rendeva la conversazione interessante tanto da non far ballare i miei occhi mentre fingevo attenzione e cercavo di focalizzare un punto del corpo del mio interlocutore: un particolare dei denti, più o meno bianchi - sarà una questione di geni o di semplice pulizia? -, il movimento delle mani - ma no, troppo in basso, così non si dimostra di saper fingere -, qualcosa tra i capelli, oppure, più facile e immediato, gli occhi.
Il colore, tutte quelle sfumature, la forma, a volte addirittura il numero di ciglia.
Vorrei essere in grado di districarmi da conversazioni noiose e da qualche mese con chi ho più confidenza arrivo a dire 'è molto interessante quello che dici, ma ora devo proprio andare'. Scherzando, ma non troppo.

Trovo le persone noiose il più delle volte e spesso inutili.
Sono convinta di essere la protagonista di un libro o un bel film che si chiama vita e la trama ti prende da subito, non è banale. Quindi fuori tutti i personaggi secondari. Anche se in realtà qualcosa di contorno ci vuole, una pausa dall'eccellenza, dallo stimolo intellettuale.
Oziare non va affatto male, e una figurina insulsa di tanto in tanto è quel che ci vuole per far riposare la mente.

Ultimamente poi ho difficoltà a concentrarmi, quando leggo le notizie mi limito ai titoli e ho iniziato quattro libri - uno sul Cristianesimo, uno sulla fotografia, uno su Hitchcock e uno su Kafka - che sono lì aperti e mi chiamano e io per non far torto a uno finisco sempre per non scegliere mai, e mi addormento tardi, pensando troppo come al solito.

La questione dell'intelligenza è un pò come la simpatia. Si tende a definire le persone intelligenti o simpatiche senza pensarci troppo su.
'Com'è quella persona?' 'Simpatica'
Per me queste parole hanno ancora un peso. Come il 'si' e il 'no' che non guarnisco mai con un 'assolutamente'.
Se dico che sei una persona simpatica, sei anche una persona intelligente.
Perchè usare senso dell'umorismo è una forma di astuzia, di sensibilità verso le altre persone, denota un'abilità nel capire quando è possibile o meno fare una battuta. E forse hai pure capito qual è il mio senso dell'umorismo, e stai tentando di venirmi incontro, di creare enpatia, per una questione di sopravvivenza, fosse anche per pochi minuti, ma anche perchè se ci siamo capiti forse vale la pena per tutti e due approfondire la nostra conoscenza.
E poi secondo me ci sono ben poche cose davvero serie nella vita e chi non sa prendersi poco sul serio si sta perdendo qualcosa di importante per strada.
Se dico che sei una persona intelligente, non necessariamente sei anche una persona simpatica.
Ci sono individui che proprio non riescono a fare battute, oppure le fanno ma suscitano tutt'al più risate a denti stretti o un piccolo cenno di sorriso degli occhi. Tutto qui.
Sia ben chiaro: viva la serietà ma una persona sorridente forse ha capito più di una musona. Detto questo, determinate posizioni sociali impediscono il più delle volte di far battute e in casi come questi, forse quelle persone farebbero bene a star zitte. Anzi, che continuino pure: la loro leggerezza sempre fuori luogo denota un modo di prendere le cose che sono del tutto sbagliate e nascondono qualcosa di più grave sotto.
E' che non so quante persone siano in grado di capire quando lo scherzo continuo è una faccenda seria. E preoccupante.

giovedì 7 maggio 2009

Schizofrenia

E infatti eccomi qui. Un minuto dopo il primo, ecco che metto in rete un'altra piccola massa informe di parole. Ma preferirei non chiamarlo post. Non voglio postare un bel niente. Cerco piuttosto di essere una purista della lingua per quanto possibile. E scrivere di cose che mi interessano.

Ma c'è qualcuno lì fuori?

Non pensavo, e invece.

Invece apro un blog. Il che sembra assurdo anche a me ma l'ha fatto gente che mi piace e prometto, sì prometto che tutta la mia vita scritta non si ridurrà a questo.
Sono molto di più di quello che c'è scritto qui. Sul serio.